Segna con una traccia rossa la prima pagina del libro, perche' la ferita e' invisibile al al suo inizio”.

 



Per una Generazione che ha avuto semi innumerevoli ed e' stata orfana di terre.”

Cosi, di getto, una dedica scritta in un libro regalato alla mia più cara amica. Non oggi, ma venticinque anni fa. Un “addio alle armi” di un poco più che trentenne che dichiarava a se stesso (e al mondo che continuava ad ignorare la sua esistenza) la fine delle speranze e dei sogni di cambiamento.

Non era certamente alla fine della sua esistenza, anzi, era in quella che, allora, si chiamava inizio della maturità. Certo, fa un po' sorridere oggi pensando ai “quarantenni” che scalpitano perché si faccia “spazio ai giovani”. Giovani? A quarantanni?

A volte penso che i cambiamenti intervenuti nella società' italiana siano stati cosi' rapidi tra gli anni sessanta e settanta da instillare una idea di progresso accelerato tale da convincerci che se qualcosa poteva essere fatto (e cambiato, trasformato, rinnovato) doveva realizzarsi in breve tempo per impedire che altri cambiamenti avvenissero al di fuori della nostra volontà'.

In fin dei conti nello spazio di un poco più' di un decennio ho visto scomparire il contadino che si presentava davanti casa con cavallo e carretto per vendere frutta e verdura alla Casio FX-21 senza aver avuto nemmeno il tempo di mettere da parte regolo calcolatore e tavole logaritmiche.

Cosi' saltando a pie' pari dall' infanzia vissuta in un paese in cui il ricordo del dopoguerra era ancora vivo e persino presente in certi luoghi mi sono ritrovato adulto senza passare per l' adolescenza. Cresciuto senza avere la nozione dei “tempi intermedi” quelli in cui i cambiamenti si possono osservare e si può ancora intervenire sulla loro direzione. Anche nei costumi, nei rapporti personali si e' passati in poco tempo dal catechismo ed il prete che ci tirava per le basette  a distribuire le copie di “Contro la famiglia” ed a leggere avidamente il Reich de “La Rivoluzione Sessuale”. Dal maestro elementare adorato e rispettato che ci parlava si' delle lotte dei braccianti ma continuava a regalarci copie con dedica di “Cuore”.

Sospesi tra il passato e proiettati nel futuro senza riuscire a guardare il presente. Tra le elementari ed il liceo sembrava essere passato un secolo non pochi anni.  Il futuro era già oggi e ci sfuggiva perché più tentavamo di essere al passo con i tempi e più ci proiettavamo in un tempo che ci ingoiava, come nel “maelstrom” di Verne alla fine di “Ventimila leghe sotto i mari”.

Giunti all' Università sembrava che tutto procedesse per una società nuova, quella intravista e sognata tra le pagine di Marx unite alle poesie di Sanguineti, Pagliarani e Majakovskij. “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti”. In fondo la mia dedica e' una parafrasi del testo di Jakobson dedicato al poeta della Rivoluzione, la Rivoluzione Russa che sembrava molto più' vicina nel tempo e nello spazio, nelle speranze e nell' immaginario ma sapevamo che l' URSS non era l' orizzonte dove sorge “il sol dell' avvenire”. Anche li', all' alba era seguito il tramonto senza che nessuno abbia potuto vivere e godere il giorno.

Sembra una maledizione quella di dover vivere con la gioia incontenibile dell' alba a cui si sostituisce immediatamente il crepuscolo. E la notte? La notte non arriva mai. La tristezza ristoratrice della fine che preannuncia un nuovo inizio. Condannati ad essere in questo tramonto senza fine in cui i contorni sfumano, ci si prepara al riposo per poter ricominciare ma ciò' che ricomincia e' sempre e soltanto il tramonto.

Orfani di Terre”....ma oggi, forse, c'è una terra dove poter finalmente piantare alcuni di quei semi. A condizione che li ritrovi. Lasciati in ogni dove, nelle sezioni del “Partito”, nei locali dell' ARCI, nelle assemblee studentesche e sindacali, nelle sale fumose dei cineforum, nei volantinaggi e nelle campagne elettorali (fatte di chilometri a piedi e gole secche), nelle riunioni interminabili (e di cui non desideravi mai la fine perché: “stavolta e' la volta buona” e non avevi il coraggio di andare incontro all' ennesima delusione). Questo e' un viaggio a ritroso per riempire di nuovo il sacco della semina con la consapevolezza che toccherà ad altri il compito ed altri ancora, forse, ne vedranno i frutti.

La speranza e' che venga la notte a custodire quei semi in attesa di consegnarli ad altri che vedranno l' inizio di un nuovo giorno.

Non so cosa aggiungerò domani a questa pagina e quante e quali pagine ancora. Mi piace immaginare questo spazio come il “giorno” che non ho potuto vivere. Prima che venga la notte. Quella giusta.